Molti possono essere i motivi che spingono a espatriare: opportunità lavorative, studio di una lingua, voglia di mettersi in gioco, seguire il partner, fuga da un contesto insoddisfacente. Trasferirsi all’estero per molti significa cercare un futuro migliore, ma anche abbandonare gli aspetti positivi del vivere nel nostro paese di origine e vivere lontano da cose che in passato ci hanno reso felici. Questo conflitto tra pensieri e emozioni in contrasto si chiama dissonanza cognitiva ed è un comune primo step tra gli expat. Passare dalla scelta a ritrovarsi dentro la scelta fatta può portare ulteriori difficoltà che in alcuni casi possono portare a stati depressivi e difficoltà di adattamento, quali: vissuti di solitudine, difficoltà di comunicazione e socializzazione, difficoltà di gestione della propria vita senza l’aiuto di familiari e amici, approccio ad un nuovo mondo sconosciuto che ha regole diverse da quelle che conosciamo, paura di non riuscire, difficoltà di integrazione culturale e senso di estraneità. Adattamento è la parola d’ordine per una migrazione soddisfacente. Più ci adattiamo e siamo flessibili alle nuove circostanze, meno ci sentiamo “uno straniero” nel paese che ci accoglie.

L’emergenza Coronavirus ha aggiunto un’ulteriore complessità al mondo già complesso degli espatriati all’estero. Le persone stavano affrontando le loro difficoltà quotidiane in ambito finanziario, lavorativo, familiare e relazionale che spesso causano in loro ansia e sofferenza, ed oltre a ciò hanno dovuto affrontare la minaccia del Coronavirus che ha cambiato in modo significativo la modalità con cui conducevano e organizzavano le loro vite. Quando un grave evento colpisce la collettività si viene a creare una condizione di elevata emotività che riguarda l’individuo e la comunità. L’evento critico stesso può causare reazioni emotive particolarmente intense, tali da poter interferire con le capacità di funzionare sia durante l’esposizione che in seguito, per tempi diversi e individuali.